" Sembra passato un secolo.
Invece sono solo sei anni.
Un giorno la televisione cominciò a spiegarti come lavarti le mani.
Sul serio.
Tutorial, grafici, animazioni.
Vent’anni di vita adulta e all’improvviso dovevi imparare di nuovo il sapone.
La gente guardava.
In silenzio. Incollata allo schermo.
Se provavi a fare la domanda più semplice, la fonte? L’aria cambiava subito.
Gli sguardi diventavano duri.
Il dubbio non era più curiosità: era quasi un crimine.
Come se pensare fosse già una forma di contagio.
I cittadini venivano trattati come bambini smarriti, o peggio.
Come se la capacità di ragionare fosse stata messa in quarantena insieme ai corpi.
Intanto i ministri apparivano in televisione. Lisci, lucidi, parole perfette, voce fredda. Non urlavano quasi mai.
Non ce n’era bisogno. Bastava il sottinteso: se fai domande, qualcuno morirà.
Se non obbedisci, sei responsabile.
Una frase elegante per dire: stai zitto.
E la gente restava lì, ipnotizzata dalla luce blu della televisione, aspettando il prossimo decreto, la prossima regola, la prossima istruzione su come respirare nel modo giusto.
Nei bar e nei ristoranti andava in scena il teatro dell’assurdo.
Seduti sì. In piedi no.
In piedi sì, ma distanti.
Distanti quanto?
Un metro. Forse due. Dipendeva dal giorno.
Sembrava che il virus avesse un orologio.
Entrava in servizio alle diciotto precise.
Così nacque una strana coreografia nazionale: corpi fermi, menti ancora più ferme.
Una disciplina non imposta con la forza, ma con qualcosa di più semplice e più efficace: la paura di morire e la paura di essere giudicati.
La cosa più inquietante non fu la paura.
La cosa più inquietante fu la facilità con cui milioni di persone smisero di farsi domande.
Nessuno vietò davvero il pensiero critico.
Non ce n’era bisogno.
Bastò convincere la gente che pensare fosse pericoloso. "
Roberto Borra
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