"La pista nera sulla strage di Capaci non ha fondamento.
Si regge su un pentito che della strage non sapeva nulla,
su una donna considerata inattendibile
e con un passato di problemi personali,
su colloqui suggestivi senza valore probatorio.
Si regge sul nulla"
Sigfrido Ranucci ha reagito con stizza al voto basso e alla sua scorta. Report sostiene la tesi secondo cui nella strage ci fu la supervisione
da parte del nerissimo Stefano Delle Chiaie, già braccio destro
del principe Borghese ai tempi del fallito
golpe dell’Immacolata del 1970.
Come talvolta capita allo studente al quale l’insegnante
ha dato del somaro, ci ha tenuto a smentire questa nomea,
prima che si consolidi, e nella puntata di Report di domenica
ha mandato
in onda una cassetta recapitata alla redazione di Report
da “un anonimo” di nome Gianfranco Donadio.
Cassetta (teoricamente secretata al punto che
nemmeno i legali
della dichiarante Romeo,
ex donna del defunto Lo Cicero, e del sovrintendente Giustini,
entrambi
sotto processo per falso,
ne hanno avuto l’accesso a differenza di Report)
che conteneva l’audio di “un colloquio investigativo”, dal valore
probatorio pari a zero, che il magistrato Donadio molti anni
fa ebbe con il defunto dichiarante Lo Cicero le cui dichiarazioni
sono state dichiarate di valore pari a zero.
Ma chi è il magistrato Donadio? Un soggetto vividamente descritto
alcuni anni fa da Massimo Bordin. (È il primo a sinistra nella
foto di un convegno organizzato da un tale con le stigmate
che parla ccon gli extraterrestri e la Madonna)
Dal minuto 17’ e 30” (file 2|2)
della sua requisitoria, registrata qui sotto,
L’imbarazzatissimo PM di Caltanissetta Amedeo Bertone
è costretto
quasi suo malgrado a parlare del “colloquio investigativo”
del 14 dicembre 2012 tra il “collega Donadio”
magistrato della direzione nazionale
antimafia e l’attendibilissimo “collaboratore di giustizia”
Antonino Lo Giudice detto Nino il nano, qui ritratto in occasione
di un suo arresto.
Ne parlò sulla sua rubrica sul Foglio Massimo Bordin:
«Stralci, non manipolati, dal file di un “colloquio investigativo”
(che non è un atto giudiziario) fra un sostituto della
direzione nazionale antimafia e un “collaboratore di giustizia”
calabrese, avvenuto nel febbraio 2012 in un carcere.
Si parla di un uomo dal volto sfigurato
ma il pentito dice: “Non riesco a visualizzarne il volto”.
Il pm chiede: “Era stato coinvolto in fatti stragisti?”.
“Sì, metteva le bombe”.
“Le faccio un esempio che può apparire stupido
– dice il pm con tono colloquiale –
lei ha mai messo una bomba in un asilo?”.
“No”.
“E quello dove metteva le bombe?”.
“Le ha messe in un asilo”.
Il pentito a questo punto si sente in dovere di
disapprovare le stragi
del 1992 e il pm subito chiede:
“Era coinvolto nella strage di Capaci?”.
“Ma chi? Quello? Ah, sì”.
“Le ha parlato di altri attentati?”. “Non ricordo”.
“Della strage Borsellino?”.
“Sì, se non ricordo male”.
“Dell’Addaura?”.
“Mi pare di sì”.
“Della strage alla stazione di Bologna?”.
“Come no? Si vantava di aver partecipato”.
“Le hanno mai detto che ha sparato a un bambino?”.
“Mi sembra di sì”.
“In quale città?”.
“Sicuramente in Calabria”.
“O in Sicilia?”.
“Ora che ci penso meglio, in Sicilia”.
“Ammazzò un bambino a Palermo?”.
“Sì, sì. Ora ricordo”.
Quell’uomo era calabrese?”.
“Aveva un accento calabrese”.
“Si chiamava Giovanni?”.
“Giovanni, sì”.
“Di cognome Ajello?”.
“Sì. Giovanni Ajello. Sì”.
Viene da pensare che il “colloquio investigativo” si chiami così
perché il pentito investiga su quello che vuole sentirsi dire il pm
e può capitare
che ci siano pm molto trasparenti.»
(Massimo Bordin, 27/07/2017)
Il “trasparente” -nell’accezione di Bordin- magistrato Donadio
fu denunciato al CSM da ben due procure siciliane.
Ciò malgrado
fu chiamato come consulente dall’ultima commissione Moro,
quella di Beppe Fioroni e Gero Grassi che il mai sufficientemente
rimpianto Massimo Bordin chiamava l’ennesima.
Alessandro Smerilli/facebook
Lo Cicero, un pentito che non sa
Ma torniamo a Lo Cicero. La storia che viene raccontata fa leva su
questo collaboratore di giustizia morto di cancro,
che avrebbe rivelato il coinvolgimento della destra eversiva
nella strage del 23 maggio 1992.
Il problema è che Lo Cicero, a leggere i suoi verbali ufficiali, della
strage di Capaci non sapeva praticamente nulla.
Inizia a collaborare formalmente il 24 luglio 1992.
In 22 verbali di dichiarazioni
alla Procura
parla di tutto: dei suoi rapporti con Mariano Tullio Troia,
boss di
San Lorenzo, di altri esponenti mafiosi, di traffici vari.
Ma quando si arriva alla strage di Capaci, il vuoto.
Non indica gli autori materiali, non racconta le fasi preparatorie,
non sa nulla delle dinamiche esecutive.
Prendi Antonino Troia, fratello di Mariano Tullio.
Figura centrale nella strage: è lui che individua
il cunicolo dove piazzare l'esplosivo, bonifica la zona,
coordina il trasporto dei bidoncini,
custodisce gli apparati radio.
Le sentenze definitive lo condannano all'ergastolo.
Ebbene, Lo Cicero - che pure dice di essere
vicinissimo alla famiglia Troia - non fa mai il nome di Antonino
in relazione alla strage. Mai. E poi c'è il fatto che Lo Cicero racconta
di essere stato “uomo d'onore”, affiliato a Cosa Nostra.
Descrive persino la sua cerimonia di affiliazione. Peccato che
nella sentenza 434/1995 questa affiliazione venga
“clamorosamente smentita” dalle dichiarazioni di Marino Mannoia.
Lo Cicero mentiva.
Dopo il suo arresto per droga nel dicembre 1985,
il boss Troia lo aveva scaricato: aveva scoperto
che aveva un cognato agente di polizia.
“Da quel giorno venni messo da parte”, dichiara.
L'ultima volta che vede Troia è nel 1986-87. È un uomo “bruciato”.
Ma allora come fa a sapere della strage di Capaci del maggio 1992?
Come può raccontare dettagli di un'organizzazione che lo aveva
scaricato sei anni prima?
Non può. E infatti non racconta nulla di rilevante.
La verità è che la svolta nelle indagini non arriva da Lo Cicero.
Arriva da Giuseppe Marchese, nel settembre 1992. È lui a indicare
i nomi da seguire: Antonino Gioè, Gioacchino La Barbera e un certo
“mezzanasca” poi identificato in Mario Santo Di Matteo.
Da lì partono i pedinamenti, le intercettazioni, l'individuazione
del covo di via Ughetti.
Lo Cicero? Nel verbale del 9 ottobre 1992 dichiara di non sapere nulla
sulla famiglia di Altofonte-Monreale, quella dei veri esecutori.
Non conosce Nino Gioè, non conosce Gino La Barbera,
non conosce Mario Santo Di Matteo.
Si limita a dire che conosce “i Di Carlo, o nome simile”.
E qui il capolavoro. Marzo 1993, appartamento di via Ughetti.
La Dia piazza una microspia.
Gioè e La Barbera parlano tra loro durante le indagini della procura.
Si parla di un certo Lo Cicero che stava collaborando.
Gioè chiede: “Chi è sto Lo Cicero?”.
Non lo conoscevano come insider della strage; lo vedevano
solo come un collaboratore esterno, forse una talpa minore.
E Troia, trasferito a Pianosa, disse a La Barbera di essere finito
dentro per associazione mafiosa grazie a Lo Cicero,
non per dettagli su Capaci.
Insomma, Lo Cicero non era nel commando,
non sapeva i nomi chiave, non diede piste reali.
Le sue parole su Delle Chiaie?
Arrivano anni dopo, in contesti dubbi.
Ma oltre Capaci, la tesi – sconfessata anche dal capo procuratore
nisseno Salvatore De Luca innanzi alla commissione antimafia –
racconta che Borsellino fu ucciso perché,
incontrando Lo Cicero, stava arrivando alla pista nera.
Zero riscontri: nessun atto, nessuna memoria di colleghi
di Borsellino conferma.
Il rischio, oggi come trent'anni fa, è quello di nutrire la confusione.
La pista nera sulla strage di Capaci non ha fondamento.
Si regge su un pentito che della strage non sapeva nulla,
su una donna considerata inattendibile
e con un passato di problemi personali,
su colloqui suggestivi senza valore probatorio.
Si regge sul nulla
Damiano Aliprandi/Il Dubbio
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