mercoledì 22 aprile 2026

"CAMERATA" PASOLINI, PRESENTE !

 

*Grazie a Luciano per la foto

Quando Pasolini era fascista

by 

di Giovanni Giovannetti

I biografi di Pasolini insistono sul precoce antifascismo dello scrittore, dal 1938, dopo aver letto Le bateau ivre di Arthur Rimbaud (come del resto lui stesso millanta nel Poeta delle ceneri). Nulla è più inesatto, poiché Pasolini rimane come tanti fascista almeno sino all’estate del 1943: collaborando alle riviste bolognesi “Architrave” e “il Setaccio”; coltivando patriottiche «glorie militari»; contribuendo al fascismo nelle forme e nei modi abituali in quella sua generazione («Ero nato nell’era fascista, in un mondo fascista, e non mi accorgevo del fascismo, come un pesce non si accorge di trovarsi nell’acqua», dirà nel 1969 a Jon Halliday).
Senza dimenticare che anche un progetto come quello della rivista “Eredi” (siamo nel 1941, Pasolini lo coltiva assieme a Francesco Leonetti, Roberto Roversi e Luciano Serra) nasceva sì in un clima di fronda, ma era fronda culturale, del tutto interna al regime.
Pasolini matura semmai una privata insofferenza verso la strumentalizzazione della cultura a fini propagandistici, questo sì. Ed è percepibile il suo interesse per la koinè culturale europea. Nel cammino generazionale attraverso il fascismo e il progressivo formarsi di una cultura nell’Italia del regime, queste collaborazioni fanno intravvedere la ricerca di un involucro libero, seppure dentro al sistema, da parte di un ragazzo che – nato nel 1922, l’anno della “marcia su Roma” – era cresciuto nel ventennio.
Certo, alcuni suoi amici e professori erano ormai a-fascisti o antifascisti. Ma comunque la si giri, la collaborazione alle riviste del ventennio e l’adesione rituale al fascismo accomunano buona parte dell’intellighenzia politica e culturale a venire.
Quanto a Rimbaud, nell’agosto 1941, da Casarsa scrive a Luciano Serra che è tra «quei poeti venerati come dei, e considerati venerandissimi padri della poesia moderna, che io non riesco a digerire». Insomma, quel che lui stesso ci riferisce sul suo precoce antifascismo andrebbe, diciamo, assunto con prudenza.

Uno di quilli

Molto severa è poi l’accusa di “delatore di antifascisti” che nel dopoguerra gli muoverà il partigiano garibaldino Giorgio Telmon, suo compagno di classe nel 1937 al liceo ginnasio Galvani di Bologna. Vediamola. 7 ottobre 1941, stazione di Bologna: «…se ci fosse tra voi qualcuno di quilli, ditelo a me, che ci penso io!», ordina Eugenio Facchini – direttore di “Architrave” e segretario del Guf bolognese – agli universitari in divisa quel giorno schierati in attesa di Mussolini. «Telmon è uno di quilli», avrebbe detto sottovoce l’adolescente Pasolini. Niente altro.
Una battuta infelicemente canzonatoria? meschino fanatismo politico? brama di riconoscimento? Nell’ottobre 1943 i fratelli Giorgio, Sergio e Vittorio Telmon subiranno un breve periodo di detenzione, ma non per causa sua. Di Pasolini misureremo invece la crescente metamorfosi, a riverberarsi nei versi-confessione di La realtà, da L’usignolo della Chiesa cattolica (Garzanti, 1962). Sono terzine in cui Pasolini si dipinge un torbido cacciatore di benevolenze, un uomo senza umanità, una spia: «E questa fu la via per cui da un uomo senza / umanità, da inconscio succube, o spia, / o torbido cacciatore di benevolenza, // ebbi la tentazione di santità. Fu la poesia. / La strega buona che caccia le streghe / per terrore, conobbe la democrazia…». Tanto basta a Giorgio Telmon per rilevare che, fra i numerosi “nemici” di allora, Pasolini è stato l’unico «ad ammettere lealmente i suoi errori».

Avanti “Popolo”

Passano gli anni. Giunto a Roma Pasolini si ritrova «povero come un gatto del Colosseo». È grazie al giornalismo che può tirare avanti, scrivendo articoli o alla peggio correggendo bozze. Come biasimare dunque la sua collaborazione per un magro compenso a testate filo-governative o comunque politicamente lontane tra loro: il giornale dell’Azione cattolica “Il Quotidiano” (a volte firmandosi Paolo Amari); il democristiano “Il Popolo” (allora diretto da Mario Melloni, poi notissima firma dell’“Unità” con lo pseudonimo di Fortebraccio); il “Mattino d’Italia”; “La libertà d’Italia”; il “Giornale d’Italia” («…ho ricevuto le 6.000 lire del “Giornale d’Italia”», scrive al padre Carlo Alberto il 30 luglio 1955, il compenso per È in me la primavera, una poesia uscita il 26 giugno). Altri suoi pseudonimi sono San Pieri o Erasmo Colùs. Di quel precario momento si coglie l’eco in un passo de Il disprezzo della provincia, suo romanzo inedito databile al 1951-’52: «eccoti una buona notiziola» scrive nella finzione romanzesca Blas da Trieste all’amico Gianfranco: «Grazie a una presentazione di S. sono stato assunto a correggere bozze al “Giornale del Popolo”, che come sai, più che reazionario, è addirittura irredentista e fascista. Che cosa ci vuoi fare? Non ho scelta, e devo dichiararmi felicissimo di lavorare per i fascisti».

Il “Reporter” missino

E una decina d’anni dopo, tornato benestante, Pasolini collaborerà come critico cinematografico al settimanale “il Reporter”, diretto dal giornalista e sceneggiatore Adriano Bolzoni: undici articoli, il primo nel dicembre del 1959 e gli altri nei tre mesi a seguire. Fondato quell’anno, “il Reporter” si rivelerà in larga parte finanziato dal Movimento sociale italiano, il partito neofascista nato nel dicembre 1946 sulle ceneri della Repubblica sociale mussoliniana e guidato in quel momento dall’ex vice federale di Roma Arturo Michelini. Era la stampella di destra al traballante governo democristiano, e “il Reporter” serve al partito per darsi quell’imbellettamento “culturale” che non le può venire da altri fogli d’area, aggressivi e visceralmente anticomunisti, come “lo Specchio” e “il Borghese”.
Viceversa, “Il Reporter” era un settimanale di attualità, varietà e costume aperto al contributo di figure intellettuali di ogni orientamento politico; e così inviare, come ricorda l’ex dirigente missino Adalberto Baldoni, «un segnale rassicurante a tutti coloro che operavano nell’editoria, nel cinema e nelle arti visive in generale».
Viene quindi assoldata quella che l’ex alpino della Repubblica sociale Adriano Bolzoni in un suo memoriale ha definito «una cartacea isola della Tortuga» popolata da giornalisti di ogni estrazione. Di questa variopinta ciurma fanno parte fra gli altri il commediografo Vincenzo Tieri, padre dell’attore Arnoldo, quell’ex braccio destro di Guglielmo Giannini all’“Uomo qualunque” ora qui a scrivere di teatro; c’era poi lo scrittore, regista e paroliere Piero Vivarelli, ex marò della Decima Mas di Borghese transitato a sinistra; e c’era Pasolini, il più “corsaro” di tutti. «Liberissimi i lettori di non crederlo», ricorda Bolzoni, «ma non uno dei redattori o collaboratori, non uno ch’era uno era iscritto all’Msi o vi militava. E mai una volta, una che una, Michelini o chi altro del Msi pensò di far pervenire al settimanale uno scritto, un suggerimento, una velina o un soffietto».
Bolzoni: «Ogni decade, sistema “Legione straniera”, arrivavano i quattrini per pagare il borderò. Puntualmente. Pier Paolo Pasolini, altrettanto puntualmente, riceveva il dovuto. Consegnava i dattiloscritti, spesso si intratteneva e beveva un caffè col capociurma. Il sottoscritto, voglio dire. Lo scrittore appariva sempre sereno, tranquillo, piuttosto divertito. Il redigere quella rubrica settimanale dove trattava di film, di registi, di attori, forse a Pasolini serviva, gli era utile indipendentemente dal compenso».
E infatti lo scrittore userà “il Reporter” anche per regolare alcune sue personali faccende: «Gentile Marotta, mi hanno detto che sull’“Europeo” lei ha scritto bene di Morte di un amico, elogiandone la sceneggiatura», scrive il 16 febbraio 1960 in Puzza di funerale rivolgendosi a Giuseppe Marotta, un collega giornalista scrittore e sceneggiatore che a quanto si capisce non l’ha in simpatia: «Sono anni che lei non perde occasione di darmi contro, direttamente o indirettamente, in buona fede o in mala fede». E qui l’affondo: «A proposito di Morte di un amico volevo dirle che la sceneggiatura è mia anche se non è firmata, e, proprio perché non è firmata, ha meritato la sua manata sulle spalle».
Dal direttore Bolzoni mai Pasolini subirà tagli o reprimende. Ma non di rado sbocciano polemiche tra gli stessi collaboratori. Come l’acceso dibattito su La dolce vita di Fellini: per Bolzoni questo film è «un grosso fumetto»; per Pasolini, Fellini come Gadda «segna e codifica il ritorno energico, di un gusto e di una ideologia stilistica che hanno caratterizzato la letteratura europea del decadentismo», ma nell’accezione più alta; e nonostante le dure critiche della stampa cattolica al film, secondo Pasolini, «l’ideologia di Fellini si identifica con un’ideologia di tipo cattolico» (in Per me si tratta di un film cattolico, 23 febbraio 1960).
L’ultimo suo articolo sul “Reporter” è del 15 marzo 1960 (Un elenco per Marotta, dopo la replica dello scrittore napoletano sull’“Europeo” del 28 febbraio). Quattro mesi più tardi Bolzoni lascerà la direzione del settimanale, a coincidere con i “moti di Genova” e la caduta del governo Tambroni, che azzerano le brame filo-governative di Michelini. Ancora qualche mese e il giornale chiuderà.

(“il Giornale”, domenica 1° giugno 2025)

Pier Paolo Pasolini nel giugno del 1942 a Weimar nella Germania nazista
per i Ludi Juveniles, in compagnia di un coetaneo tedesco


https://sconfinamento.wordpress.com/2025/06/01/quando-pasolini-era-fascista/

PREVISIONI METEO 25/04/2026 : FORTE ODOR DI MERDA TRA MONFALCONE E GORIZIA

 







Pratesi in trasferta, fine anni '80



Torino, 2001/02

 


Juventus, 1987/88

 


Roma, 2003/04

 


martedì 21 aprile 2026

IL MITO DEL NATALE DI ROMA


 Il Natale di Roma non è una ricorrenza, non è una festa e non è nemmeno un’occasione per celebrare i fasti del passato. 

Il Natale di Roma per noi rappresenta invece un vero e proprio pilastro nell’anno, in quanto ri-cordiamo (ossia vivifichiamo nel cuore) il fuoco ancora ardente che l’Idea di Roma, quale Roma Orma Amor, rappresenta tutt’oggi, ovvero ciò che nell’Idea di Roma è autentico, universale, eterno e incorruttibile: i principi della Tradizione.

Come percorso di avvicinamento alla data del 21 Aprile, proponiamo un altro contributo interessante sul significato profondo e simbolico di Roma e della sua origine.


Il mito del Natale di Roma con le sue particolari vicende offre alcuni spunti di riflessione. La Tradizione Romana è innanzitutto la manifestazione particolare della Tradizione Primordiale, non è archeologia o letteratura, non è l’oggetto di studi accademici da parte di storici delle religioni, ma è una realtà Eterna e Universale.

Attraverso Roma ci si può collegare alla Tradizione, si può farla vivere e renderla attuale in ogni luogo e in ogni tempo. Perché oltre ad una Roma che è “morta”, fatta di rovine e di arte nei musei, esiste una Roma che è vita, esempio e insegnamento perenne. Questa Roma mantiene intatta tutta la sua forza rivoluzionaria, ovvero la possibilità per l’uomo di ritornare alle origini e di rifondare il collegamento con la realtà sacra.

Romolo e Remo, al pari delle coppie di gemelli divini presenti in tutta la mitologia delle civiltà indoeuropee, sono nati dall’unione del dio Marte con la vestale Rea Silvia, per significare che nella persona è presente una natura divina e immortale e una natura umana e mortale.

Entrambi sono i due volti di una stessa realtà: da una parte, Romolo, l’eroe che supera la prova e che restaura l’Ordine sacro, dall’altra, Remo, il titano che la stessa prova fallisce per mancanza di qualificazione. I due gemelli rappresentano la lotta tra Spirito e materia, tra Universale e individuale, tra Ordine e disordine, tra luce e tenebra, tra legge e trasgressione, tra disciplina e devianza. È il confronto tra la Tradizione, espressione della Verità e della Giustizia, di contro alla Sovversione, espressione della menzogna e della sopraffazione.

La vicenda di Romolo e Remo è la vicenda dell’uomo stesso. Romolo è l’elemento spirituale che ha fondato dentro di sé l’Ordine divino, colui che ha dato una regola e segnato un limite. Remo, al contrario, rappresenta la parte umana, o se si vuole animale dell’uomo, la sua sostanza vitale fatta di passioni, istinti, paure, desideri, sentimenti, incapace a darsi una disciplina.

La sua ribellione è lo slancio vitale proprio dell’elemento umano, l’atto sacrilego che non conosce regola; per questo, una volta oltrepassato il limite, Romolo inflessibile lo punisce con la morte. Romolo – il Sé – elemento spirituale, è gerarchicamente superiore a Remo – l’io – l’elemento umano, quindi è legittimato ad agire – fondare Roma – e a punire i colpevoli, per ristabilire l’Ordine – l’Imperium.

Nella lotta quotidiana del Sé e dell’io, con l’uccisione della parte egocentrica, arbitraria e soggettiva, al di là di tempo e di spazio, noi fondiamo Roma nella nostra esistenza.

Roma Orma Amor, Roma impronta di Amore: seguendo l’esempio di Roma si realizza l’Amore, il Sacro. Questa è la missione di Roma, mettere ordine dove regna il caos. Questa è la nostra sfida e la nostra scelta: rettificarci, fare della nostra vita un’azione sacra – un sacrum facere – fondare in noi l’Universalità di Roma, mettendo a tacere la parte ribelle, caotica e bestiale.

Solo sconfiggendo il nostro “ego” saremo in grado di attualizzare nel momento presente la forza rivoluzionaria di Roma, solo elevandoci ad una visione spirituale e sacra sapremo far rivivere nel tempo presente Roma, solo incanalando la tensione nell’azione sacra saremo in grado di porre a fondamento il mistero sacro dell’universalità di Roma.

🔥Roma. Orma. Amor. Tradizione. Formazione. Rivoluzione.

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