venerdì 9 gennaio 2026

❤️❤️❤️ 10 GENNAIO 1979 - ALBERTO GIAQUINTO - Ad ucciderlo è stato un poliziotto. Gli ha sparato alla nuca. Come solo i vigliacchi osano fare.


 ❤️❤️❤️

10 GENNAIO 1979 - SPARASTI AD ALBERTO, UN RAGAZZO BIONDO

Vi raccontiamo cosa vuol dire morire per mano di un "tutore" dell'ordine

"Ed Alberto che è finito dentro l'occhio di un mirino, la democrazia mandante, un agente è l'assassino!"

Alberto Giaquinto: l'ultima vittima della strage di Acca Larentia

Ecco la storia del giovane (di 17 anni) ucciso da un poliziotto a Centocelle, mentre commemorava l'eccidio dell'Appio Latino. Per la sua morte, non ha mai pagato nessuno. Ma contro di lui è stata costruita una campagna mediatica vergognosa, così come era stato fatto per Stefano Recchioni
“Avete inventato un mondo di storie/perché voi volete una cosa sola,/volete la fine dei camerati,/vi siete sbagliati,/proprio sbagliati./Celerino uomo di paglia/ vile assassino, sporca canaglia/ sparasti alla nuca come in battaglia/ Sparasti ad Alberto un ragazzo biondo…”
Castel Camponeschi. Abbruzzo. Luglio del 1980. Terzo “Campo Hobbit”. Ad un anno di distanza dalla morte di Alberto Giaquinto, i ragazzi del Fronte della Gioventù lo ricordano così, cantando con la voce rotta dalla commozione e dal dolore, una canzone che racconta la sua storia. Ad ammazzarlo è stato un poliziotto. Gli ha sparato alla nuca. Come solo i vigliacchi osano uccidere. Era alla manifestazione per il primo anniversario della strage di Acca Larentia, Alberto. A Roma, quartiere Centocelle.
Il 1978 è un anno maledetto. Di quelli che fanno da spartiacque nella storia d’Italia. Un anno che si apre con una lunga scia di sangue che sembra destinata a non interrompersi mai. Il 7 gennaio, sull’asfalto dell’Appio Latino, cadono Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, ammazzati senza pietà dai NACT, gruppo semisconosciuto di terroristi comunisti. La sera stessa, Eduardo Sivori, un ufficiale dei Carabinieri, spara ad altezza d’uomo sulla folla che si è radunata per rendere omaggio ai due missini uccisi. Stefano Recchioni, un militante di 19 anni di Colle Oppio, non ha scampo. Un proiettile calibro nove lo colpisce in piena fronte. Si spegnerà, dopo due giorni di agonia, al “San Giovanni”. È la terza vittima di Acca Larentia, ma non è l’ultima. Il 9 Maggio di quello stesso, dannato, anno, le Brigate Rosse fanno ritrovare in via Caetani il cadavere di Aldo Moro. Nel frattempo, a destra, sono nati i NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari). Cominciano i primi morti per mano dei “neri”. Si parte con le pistole, poi si passa agli assalti alle armerie, alla fine si arriva direttamente ad usare le bombe a mano.
La pioggia dell’inverno del ’78 ha lavato via le pozze di sangue di Franco, Francesco e Stefano davanti alla sezione del MSI di Acca Larentia. Ma nei cuori dei camerati, il ricordo dell’eccidio è ancora indelebile. Nessuno dei responsabili è stato punito. I “compagni” che hanno sparato, non sono mai stati individuati. Sivori, invece, è stato fatto allontanare da Francesco Cossiga in persona per “evitare eventuali rappresaglie”. In molti, proprio per questo motivo, hanno lasciato il partito. Si sono sentiti abbandonati. Dai dirigenti e da Giorgio Almirante in particolar modo, si aspettavano molto di più. Tanti di quelli che hanno militato nel MSI decidono che il gioco al massacro, messo in piedi dai comunisti, va fronteggiato con le loro stesse armi e passano con i NAR.
Alberto Giaquinto no, lui non ci pensa nemmeno ad entrare in un gruppo eversivo. Ha solo 17 anni in quell’inverno del 1979. È poco più di un ragazzo. Studia al liceo “Peano”. È bello. Ha i capelli biondi. Si veste già da adulto, in giacca e cravatta, ma ha ancora il sorriso pulito di un bambino. Abita all’Eur. Va spesso al “Bar del Fungo”, noto nella zona perché frequentato da Franco Anselmi (l’estremista dei NAR ucciso nell’assalto all’armeria Centofanti). Ha una moto, una Honda, di cui va orgogliosissimo, la tiene come un gioiellino. Suo padre è proprietario di una farmacia ad Ostia. La famiglia è benestante e di questo, dopo la sua morte, si riuscirà a farne una colpa. Sono gli anni assurdi degli opposti estremismi, della lotta di classe ed essere “borghese” è un aggravante. O meglio, una scusante, se vieni ammazzato. Anche se a farlo è un poliziotto.
È di destra, Alberto. Per l’età che ha, fa ancora parte del Fronte della Gioventù. Ma ha amici più grandi, del Fuan, gli universitari del MSI. Sono alcuni di loro, ad organizzare per il 10 gennaio, una manifestazione non autorizzata in ricordo della strage di Acca Larentia. Il problema non è il corteo, ma la zona che è stata scelta, quella di Centocelle, uno dei quartieri più “rossi” di Roma. Chiunque vada, rischia grosso. I “compagni” non aspettano altro che l’ennesimo scontro. Sì, perché solo ventiquattr’ore prima, i NAR hanno fatto irruzione a “Radio città futura”, un’emittente dichiaratamente di sinistra. I conduttori avevano scherzato sul cognome di uno dei due missini uccisi all’Appio Latino, proprio nel giorno dell’anniversario: “Poracci, i ‘fasci’ so’ rimasti senza ‘na ciavatta”. I “neri” non perdonano. Entrano alla Radio, dove nel frattempo stava andando in onda una trasmissione femminista. Rovesciano una tanica di benzina nel locale. Danno fuoco a tutto. Bruciano. Sparano anche. Non muore nessuno, ma è comunque un gesto eclatante.
Roma, quel giorno, non aspetta altro che il regolamento dei conti tra “fasci” e “compagni”.
Alberto e molti altri ragazzi vogliono andare alla manifestazione. Non hanno intenti violenti. Solo l’imperativo, morale, categorico, di ricordare i loro camerati caduti un anno prima, esprimere la rabbia per un’indagine che non è mai decollata, senza colpevoli né sospetti. E con Sivori al sicuro, all’estero. Aspettano indicazioni dai quadri del partito. Nel primo pomeriggio, Gianfranco Fini (che, all’epoca, è il segretario nazionale del Fronte della Gioventù), dà il nulla osta. La rievocazione si farà, a Centocelle. Chissenefrega se rischia di scapparci il morto.
È una vittima annunciata, Alberto Giaquinto. Ciò che nessuno si aspetta, però, è che il piombo sotto il quale cadrà è quello di un agente di pubblica sicurezza.
In via dei Castani, Alberto, ci va in autobus. La moto la lascia a casa, non è il caso di rischiare di rovinarla. Ci va insieme ad Massimo Morsello (oggi scomparso anche lui, per un cancro, chiamato il “De Gregori Nero”, l’autore di Canti Assassini). Nessuno dei due conosce il quartiere. Quando arrivano, c’è un aria strana. La tensione è palpabile. Dall’altra parte della via c’è un corteo di donne che sta sfilando per protesta al raid dei Nar del giorno prima. All’improvviso, la situazione precipita. Alberto e un altro centinaio di ragazzi del MSI sono davanti alla sezione della DC, quando qualcuno prova ad assaltarla. Alla centrale operativa della questura arriva una chiamata: “sbrigatevi, che qui sfasciano tutto!”. Invece di una volante, arriva di corsa una Fiat 128 “civile”. Dentro ci sono due agenti in borghese. Uno dei due scende dalla macchina. Ha la pistola in mano. Vede distintamente che Giaquinto, Morsello e gli altri stanno scappando, in preda al panico. Sono di spalle. Nessuno lo aggredisce. Ma lui spara lo stesso. Ad altezza d’uomo. Il proiettile colpisce Alberto alla nuca. Cade a terra, in un lago di sangue. Alberto come Franco, come Francesco, come Stefano.
La polizia impiega più di mezz’ora per far arrivare l’ambulanza che lo porterà al “San Giovanni”. Quando i medici si chinano su di lui, respira ancora. Ma per poco. Alle 9 di quella stessa sera del 10 gennaio, dopo due ore di agonia, muore fra le braccia di sua madre.
Dal giorno dopo, come avevano fatto per Recchioni, tutti i giornali mettono in atto una campagna denigratoria contro Giaquinto. I più “teneri” diranno che l’agente ha sparato solo ed esclusivamente per legittima difesa, perché Alberto impugnava un P38 (il vero scandalo è che questa tesi verrà accolta nel processo contro l’assassino di Giaquinto, puntualmente prosciolto da ogni accusa). Stessa scusa usata per infangare Stefano e scagionare Sivori. I “pennivendoli” più fantasiosi racconteranno che “nella giacca del ragazzo sono stati rinvenuti diversi proiettili”. Anche stavolta, come per il missino di Colle Oppio, nessuno avrà il coraggio di ammettere che gli erano stati messi in tasca per “giustificare” il ferimento.
Ma le parole più vergognose sono quelle scritte (e non firmate) in un articolo di Lotta Continua del 16 gennaio: “Quelli dell’Eur sono figli della ricchissima borghesia romana, questi rampolli da galera che hanno come loro ritrovo bar e locali. Questi assassini hanno vita facile nei loro quartieri. Possono permettersi di pestare, sfregiare, sparare”. Non basta, c’è di peggio. L’attacco è mirato e diretto: “La vicenda di Alberto Giaquinto è esemplare. Figlio di un ricchissimo farmacista, viveva in una lussuosissima villa al Fungo. Qui si incontrava con i suoi amici, che raccontano della sua passione per i film pornografici (pura invenzione, ndr). Quando è stato ucciso, aveva una Walter P38, ma non ha fatto in tempo ad usarla. Studente per bene la mattina, terrorista la sera”. È bene ricordare che, quando muore, Giaquinto non ha neppure compiuto 18 anni. La pistola non è mai stata trovata. Chi era con lui, ha giurato che Alberto non ha mai tenuto in mano un’arma. Tanto meno quella sera maledetta. Non ha imparato niente, Adriano Sofri, dall’omicidio di Luigi Calabresi. Il suo modo di fare “giornalismo”, a distanza di sette anni, è rimasto lo stesso: raccogliere e diffondere false informazioni sulla vittima designata. Farne un mostro. Fomentare l’odio contro i “nemici del proletariato” scelti a caso, nel mucchio. Anche se il bersaglio è un ragazzino. Morto ammazzato. Da un poliziotto. Mentre era in strada per ricordare una strage contr i suoi camerati.
Se quella di Acca Larentia fosse stata una macabra partita fra “compagni” e “guardie”, sarebbe finita in parità. Due morti a testa ed un unico popolo, quello di destra, a piangere i suoi caduti.
La storia di Alberto Giaquinto è tragicamente simile e collegata a quella di Stefano Recchioni. Come se la morte, con un orribile gioco di coincidenze, avesse voluto proseguire quella sequenza di giovani, poco più che ragazzini, ammazzati da chi avrebbe dovuto proteggerli. Accusati, da morti, di essere criminali.
“Alberto non era armato di nulla,/di nulla lo giuro, proprio di nulla/quel che avete detto, son tutte balle/
sparaste alle spalle senza pietà/ sol perché credeva che è primavera/ e un sole di vita presto verrà/ e se t’hanno ucciso Alberto Giaquinto/ ti giuro, ti giuro, non hanno vinto!”
Alberto è l’ultima, innocente, vittima della Strage di Acca Larentia.
“Avete inventato un mondo di storie/perché voi volete una cosa sola,/volete la fine dei camerati,/vi siete sbagliati,/proprio sbagliati./Celerino uomo di paglia/ vile assassino, sporca canaglia/ sparasti alla nuca come in battaglia/ Sparasti ad Alberto un ragazzo biondo…”Castel Camponeschi. Abbruzzo. Luglio del 1980. Terzo “Campo Hobbit”. Ad un anno di distanza dalla morte di Alberto Giaquinto, i ragazzi del Fronte della Gioventù lo ricordano così, cantando con la voce rotta dalla commozione e dal dolore, una canzone che racconta la sua storia. Ad ammazzarlo è stato un poliziotto. Gli ha sparato alla nuca. Come solo i vigliacchi osano uccidere. Era alla manifestazione per il primo anniversario della strage di Acca Larentia, Alberto. A Roma, quartiere Centocelle.
Il 1978 è un anno maledetto. Di quelli che fanno da spartiacque nella storia d’Italia. Un anno che si apre con una lunga scia di sangue che sembra destinata a non interrompersi mai. Il 7 gennaio, sull’asfalto dell’Appio Latino, cadono Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, ammazzati senza pietà dai NACT, gruppo semisconosciuto di terroristi comunisti. La sera stessa, Eduardo Sivori, un ufficiale dei Carabinieri, spara ad altezza d’uomo sulla folla che si è radunata per rendere omaggio ai due missini uccisi. Stefano Recchioni, un militante di 19 anni di Colle Oppio, non ha scampo. Un proiettile calibro nove lo colpisce in piena fronte. Si spegnerà, dopo due giorni di agonia, al “San Giovanni”. È la terza vittima di Acca Larentia, ma non è l’ultima. Il 9 Maggio di quello stesso, dannato, anno, le Brigate Rosse fanno ritrovare in via Caetani il cadavere di Aldo Moro. Nel frattempo, a destra, sono nati i NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari). Cominciano i primi morti per mano dei “neri”. Si parte con le pistole, poi si passa agli assalti alle armerie, alla fine si arriva direttamente ad usare le bombe a mano. La pioggia dell’inverno del ’78 ha lavato via le pozze di sangue di Franco, Francesco e Stefano davanti alla sezione del MSI di Acca Larentia. Ma nei cuori dei camerati, il ricordo dell’eccidio è ancora indelebile. Nessuno dei responsabili è stato punito. I “compagni” che hanno sparato, non sono mai stati individuati. Sivori, invece, è stato fatto allontanare da Francesco Cossiga in persona per “evitare eventuali rappresaglie”. In molti, proprio per questo motivo, hanno lasciato il partito. Si sono sentiti abbandonati. Dai dirigenti e da Giorgio Almirante in particolar modo, si aspettavano molto di più. Tanti di quelli che hanno militato nel MSI decidono che il gioco al massacro, messo in piedi dai comunisti, va fronteggiato con le loro stesse armi e passano con i NAR. Alberto Giaquinto no, lui non ci pensa nemmeno ad entrare in un gruppo eversivo. Ha solo 17 anni in quell’inverno del 1979. È poco più di un ragazzo. Studia al liceo “Peano”. È bello. Ha i capelli biondi. Si veste già da adulto, in giacca e cravatta, ma ha ancora il sorriso pulito di un bambino. Abita all’Eur. Va spesso al “Bar del Fungo”, noto nella zona perché frequentato da Franco Anselmi (l’estremista dei NAR ucciso nell’assalto all’armeria Centofanti). Ha una moto, una Honda, di cui va orgogliosissimo, la tiene come un gioiellino. Suo padre è proprietario di una farmacia ad Ostia. La famiglia è benestante e di questo, dopo la sua morte, si riuscirà a farne una colpa. Sono gli anni assurdi degli opposti estremismi, della lotta di classe ed essere “borghese” è un aggravante. O meglio, una scusante, se vieni ammazzato. Anche se a farlo è un poliziotto. È di destra, Alberto. Per l’età che ha, fa ancora parte del Fronte della Gioventù. Ma ha amici più grandi, del Fuan, gli universitari del MSI. Sono alcuni di loro, ad organizzare per il 10 gennaio, una manifestazione non autorizzata in ricordo della strage di Acca Larentia. Il problema non è il corteo, ma la zona che è stata scelta, quella di Centocelle, uno dei quartieri più “rossi” di Roma. Chiunque vada, rischia grosso. I “compagni” non aspettano altro che l’ennesimo scontro. Sì, perché solo ventiquattr’ore prima, i NAR hanno fatto irruzione a “Radio città futura”, un’emittente dichiaratamente di sinistra. I conduttori avevano scherzato sul cognome di uno dei due missini uccisi all’Appio Latino, proprio nel giorno dell’anniversario: “Poracci, i ‘fasci’ so’ rimasti senza ‘na ciavatta”. I “neri” non perdonano. Entrano alla Radio, dove nel frattempo stava andando in onda una trasmissione femminista. Rovesciano una tanica di benzina nel locale. Danno fuoco a tutto. Bruciano. Sparano anche. Non muore nessuno, ma è comunque un gesto eclatante. Roma, quel giorno, non aspetta altro che il regolamento dei conti tra “fasci” e “compagni”. Alberto e molti altri ragazzi vogliono andare alla manifestazione. Non hanno intenti violenti. Solo l’imperativo, morale, categorico, di ricordare i loro camerati caduti un anno prima, esprimere la rabbia per un’indagine che non è mai decollata, senza colpevoli né sospetti. E con Sivori al sicuro, all’estero. Aspettano indicazioni dai quadri del partito. Nel primo pomeriggio, Gianfranco Fini (che, all’epoca, è il segretario nazionale del Fronte della Gioventù), dà il nulla osta. La rievocazione si farà, a Centocelle. Chissenefrega se rischia di scapparci il morto. È una vittima annunciata, Alberto Giaquinto. Ciò che nessuno si aspetta, però, è che il piombo sotto il quale cadrà è quello di un agente di pubblica sicurezza. In via dei Castani, Alberto, ci va in autobus. La moto la lascia a casa, non è il caso di rischiare di rovinarla. Ci va insieme ad Massimo Morsello (oggi scomparso anche lui, per un cancro, chiamato il “De Gregori Nero”, l’autore di Canti Assassini). Nessuno dei due conosce il quartiere. Quando arrivano, c’è un aria strana. La tensione è palpabile. Dall’altra parte della via c’è un corteo di donne che sta sfilando per protesta al raid dei Nar del giorno prima. All’improvviso, la situazione precipita. Alberto e un altro centinaio di ragazzi del MSI sono davanti alla sezione della DC, quando qualcuno prova ad assaltarla. Alla centrale operativa della questura arriva una chiamata: “sbrigatevi, che qui sfasciano tutto!”. Invece di una volante, arriva di corsa una Fiat 128 “civile”. Dentro ci sono due agenti in borghese. Uno dei due scende dalla macchina. Ha la pistola in mano. Vede distintamente che Giaquinto, Morsello e gli altri stanno scappando, in preda al panico. Sono di spalle. Nessuno lo aggredisce. Ma lui spara lo stesso. Ad altezza d’uomo. Il proiettile colpisce Alberto alla nuca. Cade a terra, in un lago di sangue.
Alberto come Franco, come Francesco, come Stefano. La polizia impiega più di mezz’ora per far arrivare l’ambulanza che lo porterà al “San Giovanni”. Quando i medici si chinano su di lui, respira ancora. Ma per poco. Alle 9 di quella stessa sera del 10 gennaio, dopo due ore di agonia, muore fra le braccia di sua madre. Dal giorno dopo, come avevano fatto per Recchioni, tutti i giornali mettono in atto una campagna denigratoria contro Giaquinto. I più “teneri” diranno che l’agente ha sparato solo ed esclusivamente per legittima difesa, perché Alberto impugnava un P38 (il vero scandalo è che questa tesi verrà accolta nel processo contro l’assassino di Giaquinto, puntualmente prosciolto da ogni accusa). Stessa scusa usata per infangare Stefano e scagionare Sivori. I “pennivendoli” più fantasiosi racconteranno che “nella giacca del ragazzo sono stati rinvenuti diversi proiettili”. Anche stavolta, come per il missino di Colle Oppio, nessuno avrà il coraggio di ammettere che gli erano stati messi in tasca per “giustificare” il ferimento. Ma le parole più vergognose sono quelle scritte (e non firmate) in un articolo di Lotta Continua del 16 gennaio: “Quelli dell’Eur sono figli della ricchissima borghesia romana, questi rampolli da galera che hanno come loro ritrovo bar e locali. Questi assassini hanno vita facile nei loro quartieri. Possono permettersi di pestare, sfregiare, sparare”. Non basta, c’è di peggio. L’attacco è mirato e diretto: “La vicenda di Alberto Giaquinto è esemplare. Figlio di un ricchissimo farmacista, viveva in una lussuosissima villa al Fungo. Qui si incontrava con i suoi amici, che raccontano della sua passione per i film pornografici (pura invenzione, ndr). Quando è stato ucciso, aveva una Walter P38, ma non ha fatto in tempo ad usarla. Studente per bene la mattina, terrorista la sera”. È bene ricordare che, quando muore, Giaquinto non ha neppure compiuto 18 anni. La pistola non è mai stata trovata. Chi era con lui, ha giurato che Alberto non ha mai tenuto in mano un’arma. Tanto meno quella sera maledetta. Non ha imparato niente, Adriano Sofri, dall’omicidio di Luigi Calabresi. Il suo modo di fare “giornalismo”, a distanza di sette anni, è rimasto lo stesso: raccogliere e diffondere false informazioni sulla vittima designata. Farne un mostro. Fomentare l’odio contro i “nemici del proletariato” scelti a caso, nel mucchio. Anche se il bersaglio è un ragazzino. Morto ammazzato. Da un poliziotto. Mentre era in strada per ricordare una strage contr i suoi camerati. Se quella di Acca Larentia fosse stata una macabra partita fra “compagni” e “guardie”, sarebbe finita in parità. Due morti a testa ed un unico popolo, quello di destra, a piangere i suoi caduti. La storia di Alberto Giaquinto è tragicamente simile e collegata a quella di Stefano Recchioni. Come se la morte, con un orribile gioco di coincidenze, avesse voluto proseguire quella sequenza di giovani, poco più che ragazzini, ammazzati da chi avrebbe dovuto proteggerli. Accusati, da morti, di essere criminali.
“Alberto non era armato di nulla,/di nulla lo giuro, proprio di nulla/quel che avete detto, son tutte balle/sparaste alle spalle senza pietà/ sol perché credeva che è primavera/ e un sole di vita presto verrà/ e se t’hanno ucciso Alberto Giaquinto/ ti giuro, ti giuro, non hanno vinto!”
Alberto è l’ultima, innocente, vittima della Strage di Acca Larentia

STEFANO CECCHETTI, ❤️🖤 10 GENNAIO 1979


🖤
 10 GENNAIO 1979 
❤️

"Era fascista? Non lo era? Ma chissenefrega, scusate! A noi nun ce ne frega un cazzo se quello che è crepato era un fascio oppure no. Lui lì nun ce doveva stà. E basta."
Estratto di una telefonata a Radio Onda Rossa del 12-01-1979

La tragica giornata del 10 gennaio 1979 non è conclusa con gli scontri e con la morte di Giaquinto. Proprio mentre il telegiornale della sera mette in scena la sua parodia della verità, l'altra faccia della strategia del terrore, i comunisti, si muovono per offrire anche il loro contributo all'anniversario di Acca Larentia.
Il metodo prescelto è quello già sperimentato per uccidere Zicchieri: sparare da un'auto in corsa. Una tattica vile, che non prevede nessuna possibilità di reazione e bassissimi rischi. Il commando omicida non sceglie neppure le vittime, non compie un "gesto politico simbolico", come nel caso dell'assalto di via Acca Larentia, colpisce nel mucchio, con un solo obbiettivo: uccidere un fascista.
Stefano Cecchetti, 19 anni, simpatizzante del Fronte della gioventù, è con altri amici al bar di Largo Rovani, al quartiere Talenti, un bar di quelli frequentati da giovani di destra, ma certo non solo da loro. Si commentano gli episodi della giornata, c'è rabbia, orrore, dolore per Alberto Giaquinto, anche se nessuno lo conosce di persona: era un camerata ed è stato assassinato. Fa buio e freddo quando i ragazzi escono, non fanno neppure caso ad un'auto che si mette in moto, non vedono neppure le canne delle armi uscire dal finestrino, sentono solo i colpi secchi. Stefano cade a terra senza vita, in un lago di sangue, altri due giovani: Maurizio Battaglia e Alessandro Donatore, di 18 anni, rimangono feriti.
L'agguato viene rivendicato dai Compagni Organizzati per il Comunismo, che rimarranno impuniti...
TRATTO DA:

Dal 1900 SS Lazio!

 


LUI NON LEGGE "La Migliore Gioventù "... E TU ?






 

giovedì 8 gennaio 2026

Michele di Fiò: Italia. Dedicata ad Alberto Giaquinto


 "Tutto a un tratto il mio cuore non corre più,  
guardo dietro e ti vedo per terra ...
poliziotto ha colpito alla nuca un ragazzo che fugge" 🎼

Alberto Giaquinto - Topi Neri


 

RANUCCI ANNEGA E UN BORSELLINO LO SALVA di Carlo Persano

 

Lettera aperta a Salvatore Borsellino 

Buongiorno Signor Salvatore Borsellino,

abbiamo letto le sue recenti affermazioni in relazione alla vicenda Ranucci/Delle Chiaie e le scriviamo per rispetto alla memoria di suo fratello, Paolo Borsellino, da noi considerato un eroe insieme a Giovanni Falcone. Precisiamo subito che, se suo fratello fu una grande persona di onestà intellettuale e di coraggio, non è detto che lei gli assomigli solo perché è suo fratello.

Come le è difficile immaginare, la nostra parte politica è nemica della mafia poiché la consideriamo una delle espressioni dello Stato borghese, oggi anche definito Casta.

Noi siamo sempre stati dall’altra parte e, se ricorda, la mafia tornò in Sicilia insieme ai vostri amici americani, insieme al vostro amato sistema politico che ha ristabilito la vostra Casta. Un sistema dove gli appalti vengono assegnati con la prepotenza e la violenza dei picciotti, come ben aveva capito il suo grande fratello.

Invece, lei ci sembra che abbia le idee un po’ confuse e allora vorremo sollevarle qualche dubbio.

Non sappiamo se lei faccia parte della Casta a pieno titolo e, eventualmente, a che livello si troverebbe tra i centomila oligarchi italiani che hanno contato i giornalisti Stella e Rizzo, però ha dimostrato molta vicinanza con quella oligarchia e quindi potrà facilmente avere accesso alle domande e alle osservazioni che le porremo.

Prima domanda: Ha controllato quanti appalti sono mai stati assegnati a Delle Chiaie o ai militanti di Avanguardia Nazionale? No, perché a noi non risulta che ne sia mai stato assegnato neanche uno e che invece siano finiti tutti nelle grinfie della sua amica Casta. Certo, come sempre accade, ogni tanto nella Casta si scannano per ottenere le parti migliori del bottino, ma poi il bottino finisce sempre a qualcuno di loro, amici dei picciotti e della P2 compresi.

Visto che la Casta dialoga ampiamente con magistrati e servizi segreti, per favore controlli la dignità di tutte le case dei nostri ex militanti e la confronti con le lussuose dimore della Casta, e noterà la differenza.

Signor Salvatore Borsellino, per cortesia, controlli se ai nostri militanti rivoluzionari, vissuti sempre e solo di ideali, sia mai stato assegnato uno dei 500 posti nelle società controllate dal vostro Stato. Abbiamo tra noi più di una persona valida nella gestione, ma nessuno si sporcherebbe le mani.

Controlli se qualcuno riceve o ha mai ricevuto una pensione fittizia o un reddito qualsiasi o una consulenza inventata. Controlli, lo chieda ai vostri servizi segreti.

Dopo questi controlli, si ponga la prima domanda: “Perché mai Delle Chiaie avrebbe dovuto assecondare la mafia nella sua prepotenza e nei suoi disegni criminali? Che ci guadagnava?”.

Vada a vedere come è vissuto Delle Chiaie e si vergogni, per qualche minuto, non pretendiamo per sempre.

Ma poi, scendiamo in qualche particolare. Il suo teste Lo Cicero dice che Delle Chiaie si sarebbe fatto portare sul luogo della strage di Capaci come se avesse dovuto organizzarla. Alla domanda su quanto ci avevano messo per effettuare lo scavo dove piazzare l’esplosivo, Lo Cicero risponde al magistrato: “Lo scavo già c’era”. Scusi ma che idiozia sarebbe mai questa? Lo Cicero dice che Delle Chiaie doveva organizzare l’attentato e invece tutto era già predisposto?

Ancora. Abbiamo tutti letto che, grazie all’intervento del Fbi, furono trovati e analizzati dei mozziconi di sigaretta lasciati nel posto dove fu azionato presumibilmente il telecomando, e ciò portò a identificare i mafiosi autori materiali della strage. Anche stavolta, tutti sicari della mafia. Ma allora, a che cavolo serviva Delle Chiaie?

Adesso veniamo alla sua lamentela circa l’audizione del procuratore De Luca “non secretata”, mentre, in altra parte del suo scritto, lei chiede di far conoscere tutti i colloqui investigativi che riguardavano Delle Chiaie. Ma scusi, da una parte lei si lamenta con De Luca perché non ha tenute segrete le sue conclusioni su quei colloqui perché favorevoli a Delle Chiaie e, dall’altra parte, chiede di dare la massima pubblicità a i colloqui dove ci sarebbe la prova contro Delle Chiaie. Come funziona? Se un punto è sfavorevole alla sua tesi va nascosto mentre se fosse favorevole andrebbe urlato ai quattro venti?

Invece, guardi un po’, a noi piace che tutto venga mostrato in trasparenza perché il segreto favorisce solo i suoi amici della Casta. Infatti, grazie all’ evidenza delle parole di Lo Cicero si capisce bene la contraddizione di mostrare uno scavo già effettuato a chi avrebbe dovuto indicare dove piazzare l’esplosivo.

Ma poi, visto che il primo riscontro oggettivo si è rivelato una fanfaluca, ci faccia sapere quali sono gli altri riscontri. Di chi sarebbe stata quella autovettura blu citata, come si trovava a Palermo il presunto autista di Delle Chiaie (guardi che questa di avere un autista è roba da Casta), in quale giorno sarebbe avvenuto il sopralluogo, etc.

Crollerebbe tutto come la faccenda dello scavo.

Una curiosità, lei pubblica il suo scritto a favore di Ranucci il 2 gennaio 2026, sapeva che Ranucci il 14 gennaio 2026 dovrà spiegare in un tribunale civile sulle sue accuse a Delle Chiaie? Glielo avevano detto?

Guardi che abbiamo avuto già delle situazioni da cinepanettone (virato al tragico) come questa. Delle Chiaie, Pagliai e Palladino, tutti militanti rivoluzionari, furono accusati da un certo Ciolini (ricevette 100 milioni) della strage di Bologna. Poi, ai primi riscontri oggettivi, tutto è crollato. Ciolini aveva detto che la base della strage era a San Giovanni in Persiceto in una fabbrica di cerniere. Non esisteva niente. Peccato che, grazie a quell’accusa, furono uccisi in un agguato sia Pagliai che Palladino. L’agguato di Pagliai fu organizzato dalla Cia e dal Sisde in Bolivia, e gli spararono alla nuca a bruciapelo. Palladino fu assassinato dai sicari del regime in carcere. Ovviamente Delle Chiaie, Palladino e Pagliai risultarono totalmente estranei alla strage, grazie al fatto che Delle Chiaie si poté difendere, nel piano doveva morire come gli altri due.

Niente segreti per noi Signor Salvatore Borsellino. Anzi, viste le sue amicizie nell’oligarchia, ci procuri la sessanta pagine di documenti ancora secretati sull’indagine per l’agguato a Pagliai avviata su denuncia del padre e mai esibita.

Già che c’è, ci faccia avere le pagine mancanti, dopo la 109, del documento pubblicato dal Sisde nel dicembre 2014 dove dichiara la complicità con la Cia nell’agguato, perché in quelle pagine ci sono proprio i momenti dell’omicidio politico. Noi, al contrario di lei, non vogliamo niente di segreto.

Un ultimo sforzo. Ci faccia sapere pure di quel Paolo Bellini che nessuno di noi ha mai visto o conosciuto, condannato per la strage di Bologna, che si auto attribuisce come nostro amico. Vorremmo sapere qualcosa di lui, se ha veramente una moglie, se sta facendo veramente la galera o altro così, perché l’ex presidente di Avanguardia Nazionale ha spedito un plico di documenti al Tribunale di Bologna che lo ha respinto. Da parte nostra, immaginiamo che sia un amico della Casta al quale fra poco cambieranno l’identità e potrà godersi il vostro vitalizio per il lavoro svolto, in una delle vostre dimore con piscina. Ci faccia sapere, solo per curiosità.

Carola Delle Chiaie e gli ex militanti di Avanguardia Nazionale.

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