giovedì 23 aprile 2026
mercoledì 22 aprile 2026
"CAMERATA" PASOLINI, PRESENTE !
Quando Pasolini era fascista
di Giovanni Giovannetti
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I biografi di Pasolini insistono sul precoce antifascismo dello scrittore, dal 1938, dopo aver letto Le bateau ivre di Arthur Rimbaud (come del resto lui stesso millanta nel Poeta delle ceneri). Nulla è più inesatto, poiché Pasolini rimane come tanti fascista almeno sino all’estate del 1943: collaborando alle riviste bolognesi “Architrave” e “il Setaccio”; coltivando patriottiche «glorie militari»; contribuendo al fascismo nelle forme e nei modi abituali in quella sua generazione («Ero nato nell’era fascista, in un mondo fascista, e non mi accorgevo del fascismo, come un pesce non si accorge di trovarsi nell’acqua», dirà nel 1969 a Jon Halliday).
Senza dimenticare che anche un progetto come quello della rivista “Eredi” (siamo nel 1941, Pasolini lo coltiva assieme a Francesco Leonetti, Roberto Roversi e Luciano Serra) nasceva sì in un clima di fronda, ma era fronda culturale, del tutto interna al regime.
Pasolini matura semmai una privata insofferenza verso la strumentalizzazione della cultura a fini propagandistici, questo sì. Ed è percepibile il suo interesse per la koinè culturale europea. Nel cammino generazionale attraverso il fascismo e il progressivo formarsi di una cultura nell’Italia del regime, queste collaborazioni fanno intravvedere la ricerca di un involucro libero, seppure dentro al sistema, da parte di un ragazzo che – nato nel 1922, l’anno della “marcia su Roma” – era cresciuto nel ventennio.
Certo, alcuni suoi amici e professori erano ormai a-fascisti o antifascisti. Ma comunque la si giri, la collaborazione alle riviste del ventennio e l’adesione rituale al fascismo accomunano buona parte dell’intellighenzia politica e culturale a venire.
Quanto a Rimbaud, nell’agosto 1941, da Casarsa scrive a Luciano Serra che è tra «quei poeti venerati come dei, e considerati venerandissimi padri della poesia moderna, che io non riesco a digerire». Insomma, quel che lui stesso ci riferisce sul suo precoce antifascismo andrebbe, diciamo, assunto con prudenza.
Uno di quilli…
Molto severa è poi l’accusa di “delatore di antifascisti” che nel dopoguerra gli muoverà il partigiano garibaldino Giorgio Telmon, suo compagno di classe nel 1937 al liceo ginnasio Galvani di Bologna. Vediamola. 7 ottobre 1941, stazione di Bologna: «…se ci fosse tra voi qualcuno di quilli, ditelo a me, che ci penso io!», ordina Eugenio Facchini – direttore di “Architrave” e segretario del Guf bolognese – agli universitari in divisa quel giorno schierati in attesa di Mussolini. «Telmon è uno di quilli», avrebbe detto sottovoce l’adolescente Pasolini. Niente altro.
Una battuta infelicemente canzonatoria? meschino fanatismo politico? brama di riconoscimento? Nell’ottobre 1943 i fratelli Giorgio, Sergio e Vittorio Telmon subiranno un breve periodo di detenzione, ma non per causa sua. Di Pasolini misureremo invece la crescente metamorfosi, a riverberarsi nei versi-confessione di La realtà, da L’usignolo della Chiesa cattolica (Garzanti, 1962). Sono terzine in cui Pasolini si dipinge un torbido cacciatore di benevolenze, un uomo senza umanità, una spia: «E questa fu la via per cui da un uomo senza / umanità, da inconscio succube, o spia, / o torbido cacciatore di benevolenza, // ebbi la tentazione di santità. Fu la poesia. / La strega buona che caccia le streghe / per terrore, conobbe la democrazia…». Tanto basta a Giorgio Telmon per rilevare che, fra i numerosi “nemici” di allora, Pasolini è stato l’unico «ad ammettere lealmente i suoi errori».
Avanti “Popolo”
Passano gli anni. Giunto a Roma Pasolini si ritrova «povero come un gatto del Colosseo». È grazie al giornalismo che può tirare avanti, scrivendo articoli o alla peggio correggendo bozze. Come biasimare dunque la sua collaborazione per un magro compenso a testate filo-governative o comunque politicamente lontane tra loro: il giornale dell’Azione cattolica “Il Quotidiano” (a volte firmandosi Paolo Amari); il democristiano “Il Popolo” (allora diretto da Mario Melloni, poi notissima firma dell’“Unità” con lo pseudonimo di Fortebraccio); il “Mattino d’Italia”; “La libertà d’Italia”; il “Giornale d’Italia” («…ho ricevuto le 6.000 lire del “Giornale d’Italia”», scrive al padre Carlo Alberto il 30 luglio 1955, il compenso per È in me la primavera, una poesia uscita il 26 giugno). Altri suoi pseudonimi sono San Pieri o Erasmo Colùs. Di quel precario momento si coglie l’eco in un passo de Il disprezzo della provincia, suo romanzo inedito databile al 1951-’52: «eccoti una buona notiziola» scrive nella finzione romanzesca Blas da Trieste all’amico Gianfranco: «Grazie a una presentazione di S. sono stato assunto a correggere bozze al “Giornale del Popolo”, che come sai, più che reazionario, è addirittura irredentista e fascista. Che cosa ci vuoi fare? Non ho scelta, e devo dichiararmi felicissimo di lavorare per i fascisti».
Il “Reporter” missino
E una decina d’anni dopo, tornato benestante, Pasolini collaborerà come critico cinematografico al settimanale “il Reporter”, diretto dal giornalista e sceneggiatore Adriano Bolzoni: undici articoli, il primo nel dicembre del 1959 e gli altri nei tre mesi a seguire. Fondato quell’anno, “il Reporter” si rivelerà in larga parte finanziato dal Movimento sociale italiano, il partito neofascista nato nel dicembre 1946 sulle ceneri della Repubblica sociale mussoliniana e guidato in quel momento dall’ex vice federale di Roma Arturo Michelini. Era la stampella di destra al traballante governo democristiano, e “il Reporter” serve al partito per darsi quell’imbellettamento “culturale” che non le può venire da altri fogli d’area, aggressivi e visceralmente anticomunisti, come “lo Specchio” e “il Borghese”.
Viceversa, “Il Reporter” era un settimanale di attualità, varietà e costume aperto al contributo di figure intellettuali di ogni orientamento politico; e così inviare, come ricorda l’ex dirigente missino Adalberto Baldoni, «un segnale rassicurante a tutti coloro che operavano nell’editoria, nel cinema e nelle arti visive in generale».
Viene quindi assoldata quella che l’ex alpino della Repubblica sociale Adriano Bolzoni in un suo memoriale ha definito «una cartacea isola della Tortuga» popolata da giornalisti di ogni estrazione. Di questa variopinta ciurma fanno parte fra gli altri il commediografo Vincenzo Tieri, padre dell’attore Arnoldo, quell’ex braccio destro di Guglielmo Giannini all’“Uomo qualunque” ora qui a scrivere di teatro; c’era poi lo scrittore, regista e paroliere Piero Vivarelli, ex marò della Decima Mas di Borghese transitato a sinistra; e c’era Pasolini, il più “corsaro” di tutti. «Liberissimi i lettori di non crederlo», ricorda Bolzoni, «ma non uno dei redattori o collaboratori, non uno ch’era uno era iscritto all’Msi o vi militava. E mai una volta, una che una, Michelini o chi altro del Msi pensò di far pervenire al settimanale uno scritto, un suggerimento, una velina o un soffietto».
Bolzoni: «Ogni decade, sistema “Legione straniera”, arrivavano i quattrini per pagare il borderò. Puntualmente. Pier Paolo Pasolini, altrettanto puntualmente, riceveva il dovuto. Consegnava i dattiloscritti, spesso si intratteneva e beveva un caffè col capociurma. Il sottoscritto, voglio dire. Lo scrittore appariva sempre sereno, tranquillo, piuttosto divertito. Il redigere quella rubrica settimanale dove trattava di film, di registi, di attori, forse a Pasolini serviva, gli era utile indipendentemente dal compenso».
E infatti lo scrittore userà “il Reporter” anche per regolare alcune sue personali faccende: «Gentile Marotta, mi hanno detto che sull’“Europeo” lei ha scritto bene di Morte di un amico, elogiandone la sceneggiatura», scrive il 16 febbraio 1960 in Puzza di funerale rivolgendosi a Giuseppe Marotta, un collega giornalista scrittore e sceneggiatore che a quanto si capisce non l’ha in simpatia: «Sono anni che lei non perde occasione di darmi contro, direttamente o indirettamente, in buona fede o in mala fede». E qui l’affondo: «A proposito di Morte di un amico volevo dirle che la sceneggiatura è mia anche se non è firmata, e, proprio perché non è firmata, ha meritato la sua manata sulle spalle».
Dal direttore Bolzoni mai Pasolini subirà tagli o reprimende. Ma non di rado sbocciano polemiche tra gli stessi collaboratori. Come l’acceso dibattito su La dolce vita di Fellini: per Bolzoni questo film è «un grosso fumetto»; per Pasolini, Fellini come Gadda «segna e codifica il ritorno energico, di un gusto e di una ideologia stilistica che hanno caratterizzato la letteratura europea del decadentismo», ma nell’accezione più alta; e nonostante le dure critiche della stampa cattolica al film, secondo Pasolini, «l’ideologia di Fellini si identifica con un’ideologia di tipo cattolico» (in Per me si tratta di un film cattolico, 23 febbraio 1960).
L’ultimo suo articolo sul “Reporter” è del 15 marzo 1960 (Un elenco per Marotta, dopo la replica dello scrittore napoletano sull’“Europeo” del 28 febbraio). Quattro mesi più tardi Bolzoni lascerà la direzione del settimanale, a coincidere con i “moti di Genova” e la caduta del governo Tambroni, che azzerano le brame filo-governative di Michelini. Ancora qualche mese e il giornale chiuderà.
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Pier Paolo Pasolini nel giugno del 1942 a Weimar nella Germania nazista
per i Ludi Juveniles, in compagnia di un coetaneo tedesco
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