Hanno linciato Quentin
Una strategia terroristica a struttura internazionale sotto l'etichetta "antifascista"
A Lione è stato linciato il giovane Quentin. Accompagnava le ragazze del Collectif Némesis. Lo ha aggredito un gruppo che dicono far parte della Jeune Garde, legato alla France Insoumise di Mélenchon, eterno candidato di sinistra all’Eliseo.
Si sono accaniti su di lui in tanti, colpendolo una volta a terra, esanime, più volte alla testa. Alcuni telegiornali francesi parlano addirittura di diverse coltellate inferte per finirlo.
Un omicidio vigliacco e brutale. Perfino il main stream francese, solitamente molto duro verso le destre, inizia a parlare di minaccia terroristica dei gruppi antifascisti.
In questi ultimi anni gli assassinati dagli antifascisti sono cinque:
due in Grecia, uno in Spagna, due in Francia. I media hanno sempre minimizzato. Forse torna loro in mente lo slogan infame di tempo fa per il quale uccidere un fascista non è reato. Ci si emoziona invece per le orse.
Basta che un giornalista che intende provocare, dopo uno scossone, scivoli e si sbucci un ginocchio, perché si parli però di squadrismo fascista.
È una vecchia abitudine da miserabili. Funziona anche nelle sentenze di tribunale perché gli antifascisti hanno santi in paradiso, gli altri no.
Un esempio di pochi giorni fa. A Torino, coloro che hanno messo la città a ferro e fuoco e preso a martellate un carabiniere finito a terra sono stati scarcerati immediatamente.
A Bari, condanne per l’aggressione del 2018 di CasaPound a un corteo antifascista. Peccato che tale corteo si fosse recato proprio davanti alla sede con intenzioni non certo pacifiche.
Rovesciamo i ruoli? Immaginiamo lo scontro avvenuto con i militanti di CasaPound recatisi sotto un centro sociale: li avrebbero condannati pesantemente assolvendo i difensori.
A Bari sono stati sanzionati solo i difensori. E la stampa è riuscita a sostenere la notizia falsa per la quale sarebbero stati condannati per “ricostituzione di partito fascista”. Vergognoso!
Sarà pure negligenza, ma oggettivamente è una complicità nel fare accettare la tesi strampalata di un pericolo contro il quale i baldi vigilantes della Costituzione avrebbero un qualche motivo per menar le mani e i martelli.
Non è nemmeno pensabile che la destra radicale
si metta a fare disordini come quelli di Torino o a occupare le piazze per impedire le commemorazioni istituzionali delle Foibe, come a Genova.
Se mai lo facesse, le condanne che fioccherebbero si calcolerebbero in decenni.
Basti pensare alle sentenze pesantissime per la gazzarra alla Cgil, perché di gazzarra si trattò e, per altro, fu ben mista, dato che diversi dei danneggiatori (perché parliamo solo di danneggiamenti) erano di sinistra, sembra proprio iscritti delusi di quel sindacato.
La destra radicale, almeno quando si muove da sola, questo non lo fa. Non solo perché le pene inflitte sarebbero schiaccianti, a differenza di quelle che rischiano i cocchi di mamma antifa, ma perché non ha proprio senso.
Non è più epoca di conquiste territoriali, ma di seduzioni ideali. Giocare agli anni settanta è da ritardati mentali. Evidentemente i ritardati mentali con pulsioni delinquenziali si trovano quasi esclusivamente tra gli antifascisti.
Usano anche gli esplosivi
Diversi attentati sono stati perpetrati, tutti unilateralmente.
Un artificiere è rimasto mutilato seriamente per disinnescare una bomba davanti a una sede di CasaPound.
Non c’è neppure la scusa degli opposti estremismi perché, in senso inverso non vi è traccia, né di attentati né di assalti effettuati o tentati alle loro sedi.
E non è questione di buoni e cattivi: è che gli ipnotizzati in questa psicopatia sanguinaria stanno solo da una parte, perché da quella parte stanno gli ipnotizzatori e i seminatori d’odio.
Il problema non sono soltanto i minus habentes e le loro pulsioni delinquenziali, ma quelli che li aizzano e li coprono per salvaguardare le proprie posizioni di privilegio o le loro carriere di seriali frottolivendoli antifascisti.
Fanno parte di organizzazioni a rete, che creano disordini e vogliono il morto.
Organizzazioni internazionali
La magistratura tedesca, notoriamente molto dura contro le estreme destre, ha considerato Hammerbande, l’organizzazione che, tra le altre cose ha praticato i tentativi di linciaggio su singoli manifestanti nel giorno della festa nazionale ungherese, una banda terrorista internazionale. Il ministero di giustizia ha estradato una compagna di quella Salis che era stata arrestata dopo l’eroica azione di dodici antifa armati contro un inerme sopravvissuto per miracolo. Il tribunale di Budapest l’ha condannata.
In Grecia, per il duplice omicidio a colpi di arma da fuoco di due militanti di Alba Dorata, sono stati individuati collegamenti con l’Italia.
Gruppi armati antifascisti si sono addestrati in Siria, tra i curdi, e in Donbass sotto i russi. Non sono dicerie. Per il primo caso i protagonisti si sono fatti intervistare dalla televisione italiana. Idem per il secondo, a Le Iene. Ma poi c’è una relazione ufficiale della nostra intelligence del 2015.
I genitori di Maja, la tedesca di Hammerbande condannata per il vile agguato di Budapest, saranno in Italia per la commemorazione di Valerio Verbano. Nulla di scandaloso, ma la domande è: come si costruiscono questi legami? Ci sono da tempo: c’è una internazionale del terrore e del linciaggio.
A Torino molti dei manifestanti armati di spranghe e martelli erano vestiti nello stesso modo, stile black bloc. Questo anche per provare a rendere più difficili i riconoscimenti.
Giuridicamente si chiamano gruppi paramilitari
Immaginate dei fascisti abbigliati in modo simile anche solo per una commemorazione dei Caduti. Condanne di quanto? Dodici anni? Quindici?
Invece è normale che i deficienti virulenti dell’antifascismo si vestano da paramilitari per creare disordini, bruciare macchine, sfondare vetrine, martellare gli agenti.
Sembra di rivivere i primi tempi della strategia della tensione quando l’ineffabile mafia antifascista, presente nei media, nelle procure e nei servizi, si comportò esattamente così.
Le polveri non hanno ancora preso fuoco perché allora c’erano spazi da contendersi in una società meno liquida, più solida e, soprattutto, erano ancora vivi e vegeti i reduci della guerra civile.
Oggi questa logica ha presa soltanto nelle teste dei disturbati, ma costoro sono talmente impuniti che la loro delinquenza può diffondersi a macchia d’olio, perché c’è l’aspetto divertente del giocare ai partigiani, visto che non si paga pegno.
Ci sono solo due modi per evitare che ci scappino i morti
Il primo è rendersi conto innanzitutto e far sapere senza pause – in Parlamento, al Senato, nei giornali, nelle interviste video, in televisione – che si è in presenza di una strategia terroristica che ha una struttura internazionale.
Bisogna togliere loro il cono d’ombra sotto il quale si coprono.
Il secondo è vincere il referendum per la giustizia, mettendo fine alla trasmissione ininterrotta del potere di una minoranza sovietica sui processi politici italiani, che va avanti dal 1946 e ha contrassegnato decenni e decenni di ingiustizie staliniste, nonché ha assicurato le coperture che hanno permesso l’avvio e il consolidamento delle azioni armate negli anni di piombo.
Poi, una volta usati gli utili idioti sanguinari, li hanno pure condannati, tanto non servivano più.
Questo dovrebbero saperlo i nuovi partigiani che cercano disperatamente fascisti da uccidere.
Ma in attesa che questi ultimi recuperino un neurone, non ci si deve risparmiare nel contrasto trasparente e incalzante della loro strategia criminale.
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