"La casa dei miei genitori venne bombardata nel ’42 e scappammo a Gemonio, nel Varesotto. Tornammo a Milano dopo sei anni, ricordo le nostre valigie di cartone. Andammo ad abitare vicino piazzale Corvetto, al pian terreno, in un alloggio popolare, quelle che allora venivano chiamate “casa minime”.
Dopo qualche anno ci trasferimmo verso piazzale Abbiategrasso. Eravamo poveri, non avevo i soldi neppure per un biglietto del tram.
Cochi è un mio amico d’infanzia. Le nostre famiglie erano sfollate entrambe a Gemonio e si conobbero lì. Io e Cochi, che eravamo piccolissimi, diventammo subito amici. Una volta tornati a Milano abbiamo continuato a frequentarci. Strimpellavamo con la chitarra e andavamo al bar Gattullo, in porta Lodovica. Eravamo proprio dei ragazzi, che si divertivano con l’oste. Ci divertivamo parlandoci con quel linguaggio che abbiamo portato nelle nostre canzoni. Amici fin da quando eravamo bambini, ci siamo sempre definiti dei saltimbanchi. Passavamo il nostro tempo all'Osteria Oca d’Oro. Con un litro di vino si stava fino a sera ad ascoltare canzoni e a far due chiacchiere.
A pochi metri di distanza due curiosi d’arte, Tinin Mantegazza e sua moglie Velia, aprirono una galleria d’arte notturna e quando si inaugurava una mostra andavamo là, facevamo un po’ di musica e bevevamo qualche bottiglia.
Il Mantegazza che apprezzava il nostro modo di fare spettacolo con canzoncine, battute surreali e storielle assurde, volle aprire un nuovo locale, il Cab 64, usando per il nome le prime tre lettere di cabaret. Si trovava in via Santa Sofia e lavoravamo anche lì. Una sera capita che entrano Gaber, Jannacci e Maria Monti. Io e Cochi siamo rimasti silurati, ammutoliti, erano i nostri divi e cantavamo le loro canzoni.
È iniziato tutto in via Santa Sofia al Cab 64. Jannacci ci ha scoperti lì, nel sottoscala di un bar. Ricordo le persone ammassate, c’erano gli artisti più famosi. Il periodo più bello della mia vita."
#RenatoPozzetto

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